ALESSANDRO RINALDI

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MICHELE SILVESTRIN

 

Al di là dell' incendio...

 

 

 

Occorre aguzzare lo sguardo, per vedere una strisciolina di carta appiccicata sul  bordo esterno di una mensola, nella stanza-studio di Alessandro.  Su di essa è fermato un pensiero dell’architetto-ingegnere americano Buckminster Fuller. Leggiamola: “Quando lavoro a un problema non penso mai alla bellezza. Penso solo a risolvere un problema. Ma quando penso di aver finito, se la soluzione non è bella, vuol dire che è sbagliato.”  Subito dopo averla letta, proviamo ad osservarci intorno e scopriamo le opere che affollano gli spazi… A me ha colpito, un pomeriggio, un quadro appena concluso, quello di un incendio di un molo e di strutture portuali adiacenti… Erano fiamme furiose, che divoravano, in un liquefarsi giallo e rosso ma con a una strana e vitale gioia ciò che incontravano… “E’ un incendio doloso!” mi ha detto l’autore con un sorriso, e  la puntualizzazione mi colpì moltissimo, conoscendo  la sua mente in perenne inquietudine e le sue immagini colme di pensiero… Bruciavano dunque, illecitamente, ma con una colpa felice, alcune cose che dovevano esserlo… Alessandro, è sempre stato noto per le sue predilezioni archeologico-industriali:  dipinti pieni di fabbriche, cantieri, moli, strade, dighe, avvolti in sfuggenti guizzi di linee d’energia, ma intorno a me vedevo oltre a quell’incendio emblematico, affiorare grandi cieli dai gialli-blu-azzurri impossibili che comprimevano, quasi schiacciandolo, il paesaggio sottostante,  ridotto quasi ad un lembo; soprattutto in un grande trittico, il cielo sembrava sospeso su una catastrofe che forse sarebbe avvenuta di, lì a poco o forse mai… Cambiavano i temi, non dimentichiamo anche uno studio su spazi nuovi (ad.es Le cattedrali ) e colori nuovi, più caldi e nuove idee compositive. Forse in quell’incendio di cui abbiamo accennato  si ricapitolavano ed andavano in combustione dei temi e dei problemi che stavano a cuore all’artista e che lo ponevano su una soglia di crisi e trasformazione…E forse, anche le parole di Buckminster Fuller risuonavano dentro la mente ed il cuore dell’artista. Alcuni nodi problematici potrebbero, intuitivamente essere:

1)Il rapporto con la tradizione pittorica e con il culto che questa tradizione ha del bello e della forma. Nonostante il grande crogiolo Novecentesco, sia ben conosciuto da Alessandro, che ha attraversato le più innovative esperienze in pittura e sia stato allievo di un grande sperimentatore come Emilio Vedova, un giorno mi ha confessato di non voler più sentire il peso dei maestri, ma di rivolgersi sempre di più al suo sentire, riservando forse, solo al Quattrocento italiano un’attenzione privilegiata: al misterioso rigore compositivo e costruttivo di Paolo Uccello ed ai suoi colori commoventi ed irreali: i campi azzurri e gli edifici gialli degli affreschi di S.Miniato, i verdi, lividi e innaturali dei cavalli disarcionati nella battaglia di S.Romano. Pessoa direbbe:”Che grande allegria proverei un giorno, se vedessi il sole scarlatto. Quel sole sarebbe mio, assolutamente mio!”.

2)  Funzionalizzare sempre di più, il segno estetico, cioè il codice pittorico, alla risoluzione dei problemi costruttivi e compositivi, andando all’essenziale come Cézanne di fronte alla montagna Sainte-Victoire, cioè mettendosi di fronte alle cose ed ai compiti che le cose impongono e dare un nuovo ed originale movimento ascensionale, che ci porti a salire la scala del senso convenzionale e terminati i pioli (come per il Wittgenstein del Tractatus), slanciarsi  nel vuoto di un senso inaudito.

A proposito di storia della pittura, Alessandro, mi ha rivelato che in fondo, si è trovato adesso, ad aver a che fare con un genere assolutamente tradizionale come la pittura di paesaggio, ma il senso che lui ha dato va nella direzione di una completa e totale libertà, al punto di sacrificare l’opera, di distruggerla, se rigore e risultati non corrispondono…

3) Dare radicalità sempre maggiore alla propria ricerca e rimettere sempre in discussione i risultati, per non cadere nell’autocompiacimento manieristico. Questo è uno dei punti di forza di un interminabile apprendistato al vedere che ha portato inoltre Alessandro, a sperimentare tecniche e strumenti espressivi diversissimi: dalla pittura, al teatro, alla fotografia, alla musica. E forse la Musica è una delle chiavi d’accesso, privilegiate, alla sua arte. In fondo, ha sempre cercato di rappresentare l’invisibile ritmo del suo sentire, con mezzi materiali e visibili. E se la musica è un’ arte del tempo, che musica produrrà, quella sospensione prima dell’esplosione, sotto quell’immenso cielo giallo che ci ha così coinvolto?                                                                                                                                             

                                                                                                          

 

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