ALESSANDRO RINALDI

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ALDO BENEDETTI

 

 Le ragna...tele di alessandro rinaldi

 

 

 

 

Mi sono perso in un cantiere, ma non è il solito, è una ragnatela tubolare di linee che si intrecciano a tagliare lo spazio, una rete di fibre ottiche che si accavallano e trasmettono segnali criptati di vita, in un cromatismo dinamico coinvolgente e abbagliante, lucente come il bagliore del mattino.

Sono i cantieri di Rinaldi, progettista ante litteram di una originale “tav”, la “tavola ad alta velocità”, dove le impalcature sono scambi di vita , i pilastri binari di una destinazione sognata e attesa come il termine di una galleria.

E’ un progetto di comunicazione, la ricerca di una certezza che si affronta con l’inquietudine gioiosa di un viaggio e l’approdo è lì, a prefigurarci il mondo steso a tratti veloci sulla tela, a un ritmo quasi inconscio, scenico agglomerato di un impulso di incontenibile sviluppo : si avverte il desiderio di contrastare il tempo, esorcizzandone la brevità ambigua, l’inganno di un percorso durevole.

Era quasi inevitabile, una conseguenza logica ed emotiva, che Rinaldi elaborasse il tema delle stazioni, di quelle stupende carrozze ferroviarie dai cui finestrini osserviamo una realtà deformata e incuneata, a darci l’idea della fuga, di un pensare veloce da cui ci ritraiamo guardando l’interno rassicurante dello scomparto, toccando il presente, quegli oggetti fermi e vicini che sembrano custodire il nostro timore, ignorare la provvisorietà del viaggio.

Non sono le immobili, metafisiche stazioni del grande Dino Boschi, tanto care a Federico Zeri per la loro quasi morandiana concettualità, rimando estatico alla transitorietà silenziosa della vita, ad un lento arrestarsi verso un binario morto.

Sono invece le stazioni di Boccioni, gli addii deformati da cui vogliamo fuggire, gli affetti spezzati che ci lasciamo alle spalle, frammenti di ricordi soffocanti quanto il fumo del locomotore, assordanti come l’esaltato sferragliare futurista.

E nel nostro ritroviamo la freschezza innovativa e tranciante del primo Futurismo, sposata alla riflessione introspettiva del secondo, al ripiegamento dubbioso.

Così le pennellate rapide e sottili si stringono in una tonalità di rossi e gialli  intensi, a suggerire rinnovate “linee di forza“ boccioniane, a tracciare ponti, a definire stazioni, scali ferroviari, cantieri edili e navali, solchi di vita collettiva che richiamano graffiti della memoria : sono quasi moderne “pagine gialle” che registrano una frenetica attività umana, un’ansia di viaggio che implora la necessità di un significato, anticamera di un delirio esistenziale simile a quel Realismo esistenziale della Milano anni Cinquanta.

Al pari di un grande esponente di quella corrente, l’insuperabile Gianfranco Ferroni, la città diventa una ragnatela iridescente di trame sottili di vita, metastasi deformata e coagulata in quelle  rarefatte linee di forza che delimitano il circuito del dramma umano, di una tragica incomunicabilità , coscienza della inutilità di ogni entusiasmo costruttivo : dietro le impalcature, dentro le stazioni appaiono i fantasmi, il senso di una costruzione artificiosa, di un vuoto incolmabile.

E’ una nuova forma di vanitas, quasi il sussurrarci “et in cantiere ego”, come il quadro “Et in Arcadia ego” del Guercino, : il dinamismo avvolge il silenzio del nulla, sulla porta della vita appare lo sputo de “Il fallimento” di Balla, la firma di un rigetto, l’incubo che annulla qualsiasi coraggioso tentativo di trovare una ragione di entusiasmo.

A quando vedremo, forse con eccessiva presunzione critica, le metropolitane di Bergolli, lo schematismo soffocante di una vita sotterranea, la discesa dal cielo dei cantieri al ventre di un’ Ade che ogni giorno ci inghiotte con disinvolta sofferenza ?

La risposta di Rinaldi non si è fatta attendere, i nuovi soggetti, le dighe e le chiuse, sono  icone di un riscatto progressivo : si avverte un’incombenza sironiana, fitte e cupe ragnatele che trattengono i nostri sogni,  avvolte da una fuliggine irreale che sembra attendere un improvviso cedimento, una frattura che ci sommergerà.

I gialli sono diventati grigi, le linee di forza fronti di resistenza statica, argini che paiono contenere a forza l’alluvione di un pianto pronto ad esondare, a frantumare quel fragile e sofferto diaframma che ci separa dal vuoto.

Ma Rinaldi non è solo ripiegato processo di contenimento emotivo, sa ancora attingere allo slancio luminoso dei cantieri, la sua spinta verticale trova sfogo nella rappresentazione di stupende arcate di chiese gotiche che paiono polittici di luce, strutture tese verso una fonte di laica operosità e mistica estasi : le linee di forza si sono ricomposte a elevare un cantico di salvifica purezza e riconquistata certezza.

E in fondo all’abside  sembra di intravvedere, stilizzata e appena accennata, una nuova forma di altare, una gru che è simbolico traguardo di sacrificio e speranza.

 

 

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